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Schubert

Posted By: admin_2018 On:


Schubert - Nobody’s room

Non è uno Schubert per vecchi, quello che si ascolta in Schubert - Nobody’s room. Quintetto remix per voce, piano, sax, musica elettronica e lanterna magica firmato dal sovversivo ensemble Soqquadro Italiano. al centro della nuova fatica discografica dell’ensemble oltre che di un nuovo spettacolo musicale e multimediale. 

D'impianto cameristico, in tre quadri, preceduti da un prologo e sigillati da un epilogo, Nobody’s room è concepito per l’ensemble da Claudio Borgianni, ed è interpretato in scena da Vincenzo Capezzuto (voce) assieme a Cosmo Nocenzi al pianoforte, Luciano Orologi al sax soprano e clarinetto basso, con l’elaborazione elettronica di Fabio Fiandrini. Nell’allestimento scenico, il progetto si serve delle proiezioni video di Cristina Spelti, costituito da semplici scatoloni di cartone, sui quali sono proiettate immagini attraverso una lavagna luminosa, in un intervento integrato in partitura secondo la stessa logica musicale seguita dalle altre voci. 

In Nobody’s Room, nulla è come appare. Stanza della musica, e al tempo stesso stanza di nessuno, disabitata, la sua temperatura oscilla tra il tepore rassicurante di una schubertiade e il gelo di un quadro brechtiano, il cui “cartello” scompare troppo presto per essere afferrato. Se in essa si rievoca l’atmosfera leggiadra e sottilmente nostalgica di una Soirée de Vienne, è giusto nel momento in cui tale visione sembra materializzarsi, sull’incalzante ritmo di una Valse Noble, che compaiono, via via, altri fantasmi uditivi e visivi. Incipit ieratici, o fuggevoli da Impromptus e Klavierstücke pianistici, si alternano alle melodie dei lieder più luminosi (Abendstern, An Chloen, Lied eines Schiffers an die Dioskuren, Der Schiffer) e più inquieti (Atys, Wer nie sein Brot mit Tränen aß, Abschied von der Erde), intonate dalla limpida voce di alto di Vincenzo Capezzuto, alla sua prima prova schubertiana. Il canto a sua volta confluisce in un fiume in piena, da cui ricorsivamente emergono elementi dalla Fantasia in fa minore per pianoforte a quattro mani, dal Trio per pianoforte op. 100, e d’altre fonti (molto Brahms). Il trattamento di tali materiali originali - selezionati e sezionati, giustapposti, arrangiati nei modi più inaspettati (non in ultimo con moduli ritmici e sonorità electropop) – ambisce a generare nell’ascoltatore un senso di sorpresa “pari a quello provato dai primissimi ascoltatori di Schubert, nell’Ottocento” e l’erratico percorso cui l’ascoltatore è indotto, “Wanderer” suo malgrado, se è fonte di un senso di smarrimento ne è al contempo “cura”, metodo per giungere a una liberatoria modalità di fruizione musicale. 

È qui l’attributo “remix” a veicolare un concetto di fondamentale importanza per la comprensione del progetto - ammesso che essa sia davvero auspicabile - spiega Borgianni. “Tutto il lavoro si basa su tale concetto, nella versione declinata da David Shields nel suo recente romanzo, Fame di realtà, attualmente al centro di un vivace dibattito nel mondo letterario, tra USA ed Europa”.

Le tesi che Shields espone, in modo volutamente provocatorio (“Gli artisti non hanno bisogno di chiarire quello che vogliono dire, è molto più facile usare il materiale preesistente: filmati, ricerche in biblioteca, vecchi giornali, dischi in vinile e via dicendo. Il compito dell'artista è mescolare (montare) i frammenti e, quando necessario, generare frammenti originali per riempire gli spazi.”, “Prendi una fonte, estrapola quello che ti piace e scarta il resto. Un editing di questo tipo rifletterà alla fine qualcosa dell’editor: il calco di un’estetica (non la cosa in sé, ma l’impronta.”. “L’omissione è una forma di creazione.”, ndr) “mi affascinano – prosegue - perché ritengo che se vi è rimasta una possibilità genuina, autentica, di creare arte oggi essa scaturisca dalla nostra capacità di sintetizzare (per usare un termine mutuato dalla chimica) qualcosa di nuovo partendo da elementi preesistenti, combinati assieme. Oggi viviamo in una realtà stratificata, complessa, ricchissima di “elementi”, che non aspettano altro che essere utilizzati e combinati… il “come” è il punto della questione.”

“In ogni progetto in cui mi cimento, l’uso della vocalità va sempre di pari passo con l’uso del corpo. La mia duplice formazione di danzatore e cantante fa si che corpo e voce siano complementari, rigenerandosi e alimentandosi l’una nell’altra. In Schubert - Nobody’s room la mia vocalità trova una dimensione diversa, si scopre più profonda, con sfumature più morbide e colori più scuri rispetto ai precedenti repertori (Vivaldi, al centro de La Stravaganza e Stabat Mater, Monteverdi, come in Da Monterverdi a Mina, etc..). Inoltre la gestualità e l’espressione fisica - più contenuta e meno lirica - cerca di creare, insieme alla voce e agli altri strumenti, una dimensione teatralmente più intima e raccolta, propriamente cameristica”.

Puramente cameristico, storicamente ispirato, teatrale, intimo, disinibito e disincantato. Nobody’s room addita ai temi di un dibattito storico sintetizzato nel 1835 da Walter Benjamin nel saggio “L’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica”: l’“ubiquità dell’esperienza artistica” (Paul Valery), la “creatività e genialità” e il “valore eterno e mistero”, della figura autorale e dell’opera d’arte (la famosa “aura”), le implicazioni di “conformismo fascista” in una visione immutabile e sacrale dell’opera d’arte (Valery) e l’”atteggiamento feticistico”, “tipicamente borghese”, nei confronti dell’autenticità e dell’autorità dell’opera. In Nobody’s Room, forse come parve a suo tempo a Benjamin nel cinema, se l’aura dell’opera d’arte “unica” si dissolve, attraverso un remix che la sottrae ai dictat di una sua supposta “versione originaria”, questo non può che propiziare un atteggiamento nel quale piacere, giudizio critico e impulso alla creazione e ricreazione continua coesistono senza limitarsi a vicenda.

 

Trailer_SCHUBERT - Nobody's room


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